8 settembre 2009
Akrocheiria: l'arte di rompere le dita
Questo insieme di tecniche, tipiche del pancrazio antico, che non raramente fece "disgustare" i lottatori "puri" del passato e i loro sostenitori, era una delle particolarità dei combattenti antichi che sfruttavano principalmente la pura potenza.
L' Akrocheiria da hai akrai cheires, era l'arte di rompere le dita delle mani. E se il termine akron definisce le mani, alcune tecniche, erano studiate per rompere o disarticolare anche le dita dei piedi.
Il famoso pancrazista Sostrato di Sicione aveva fatto di tali metodi la punta di diamante del suo stile, vincendo non solo tre volte al massimo torneo ad Olimpia (nel 364, 360 e 356 a.c.) ma anche due volte ai giochi Pitici a Delfi, dodici volte ad Istmia e a Nemea, venendo perfino raffigurato sulle monete della sua patria terra, la Sicionia; il suo sopprannome non potè essere altro che Akrochersites: lo spezzadita.
Ma anche altri atleti adottarono questi metodi per vincere, come il lottatore Leontisco di Messina, vincitore due volte ad Olimpia, che riusciva a rompere le dita anche durante delle speciali proiezioni al suolo.
Queste tecniche venivano effettuate sia cercando di incrociare le dita dell'avversario e agendo in seguito con
leve di polso, sia agganciando in modo particolare singole dita, ma anche come detto precedentemente dei piedi, e cercando di forzarle in modo innaturale per creare un vivido dolore oltre che in certi casi la rottura delle stesse.
Questi metodi non erano solo patrimonio della lotta o della lotta del pankration, ma erano anche usati in alcune fasi del pugilato, infatti anche se può sembrare strano tali azioni erano effettuate non solo nel pugilare del pancrazio ma anche nello stesso pugilat, dove le prese sui polsi con le dita o sugli stessi pugni erano azioni regolari. Questo modo di combattere vedeva la costruzione di guantoni a dita scoperte per cercare di impossibilitare, con tali tecniche, l'avversario a continuare l'incontro. Tale abilità comunque venivano sviluppate oltre che con la conoscenza tecnica, anche con l'allenamento dei tendini del polso e delle mani e con degli esercizi di forza delle articolazioni.
Molti atleti che preferivano tali metodi, per esempio, stringevano tra le mani quotidianamente, nei momenti di pausa, dei sacchetti di pelle grezza, di solito di montone o bue, a forma sferica, riempiti di sabbia, che sviluppavano una presa forte e potente. Il lottatore più famoso dell'antichità, Milone da Crotone, si dice che usava dei melograni, per allenare la sua "morsa", che rompeva con la forza della sola mano.
Il problema principale di tali attuazioni era che l'avversario se altretanto potente o abile poteva fare una ri-leva sulla stessa tecnica e poteva ribaltare l'azione a suo vantaggio.
Sta di fatto che quest'arte veniva appresa nelle Palestre solo quando l'atleta era gia' esperto e con una costituzione fisica potente.
Il termine Akrocheiria o Akrocheiris molto versatile veniva usato avvolte anche per indicare lo sparring leggero durante l'allenamento o per lo più per indicare quel sistema di tecniche a vuoto, con l'aiuto della musica del flauto Aulos, che è simile all'odierna esecuzione della boxe dell'ombra cioè la shadow boxing del pugilato
C'è da dire inoltre che tali tecniche erano particolarmente difficili per lo scivoloso e sempre presente olio di oliva sulla pelle.
foto da catalogare
26 agosto 2009
Sperimentazione atletica: ricostruzione tecniche antiche
Su questo vaso a figure rosse, trovato nell'alto Lazio, a Vulci, nel territorio della vecchia Etruria, prodotto ad Atene ed attribuito al pittore Foundry, risalente al periodo intorno al 500-475 a.c., ora esposto al British Museum di Londra, si puo' vedere un immagine
che ritratta una fase dello "sparring" pesante in un antica palestra greca rappresentata dalla colonne sulla destra e dalla borsa appesa al muro. Nel nostro caso non ci interessano i pugili sulla destra ma la scena centrale dei due pancrazisti che lottano.
Nell' immagine si nota immediatamente l'allenatore che cerca di frustare l'atleta sulla destra perche' commette fallo, cioe' cerca di raschiare l'avversario, che con il mordere, era una delle pratiche vietate sia in allenamento che in gara.
La tecnica rappresantata e' molto simile a quelle usate al giorno d'oggi nei tornei di Mixed Martial Arts (MMA) ma con qualche particolarita' originale alla visione odierna. Si nota infatti la posizione curiosa sulle ginocchia dell'atleta sulla sinistra mentre carica il pugno che andra' a colpire l'avversario. L'atleta sulla destra invece agganciata la gamba dell'avversario lo controlla nel suo equilibrio.
Con l'aiuto dell'istruttore brasiliano di Brazilian Jiu-Jitsu, Alberto Mina, e dell'atleta, Riccardo Santonastaso, entrambi del team London Shootfighters, cerchiamo di capire come veniva attuata questa tecnica e quali erano le azioni che la precedevano. Alberto ci spiega che le azioni possibili che portavano a questa tecnica potevano essere principalemente due:
la prima ipotesi (visibile nel primo video) e' quella che vede gli atleti partire da una posizione di lotta
verticale, l' Orthe Pale, e tramite uno sgambetto che aggancia la gamba, effettuato dal combattetente di destra, l'atleta porta l'avversario in ginocchia sul terreno. Forse lo stesso atleta cerca proprio di proiettarlo con la schiena al suolo, ma la prontezza dell'avversario cambia gli esiti dello sparring, facendoli trovare in questa posizione presa in esame.
La seconda ipotesi (visibile nel secondo video) invece si sviluppa direttamente a partire dalla fase di lotta al suolo, la Kato Pale, infatti l'aggancio della gamba questa volta avviene sul terreno e la posizione inginocchiata dell'avversario sulla sinistra, sembra cercare la possibilita' di non cadere in una posizione troppo sfavorevole, sforzandosi di uscire da tale presa, e nello stesso momento cercando di mantenersi sulle ginocchia per caricare i pugni.
Entrambe le ipotesi portano alla posizione descritta sul vaso greco.
Analizzando questa tecnica si intravede l'enorme complessita' delle fasi di lotta antiche che portano a molte similitudini con le discipline lottatorie moderne.
Prima azione ipotizzabile
seconda azione ipotizzabile
18 agosto
Tecniche: I pugni caricati
ll caricamento dei pugni era una delle caratteristiche principali degli agoni pesanti antichi. Nel panorama contemporaneo sono pochissime le discipline che hanno sviluppato questa metodologia.
Il
pugilato moderno di scuola anglosassone, anche se in maniera differente, fino a qualche decina di anni fa contemplava regolarmente tali esecuzioni. Molti campioni sono arrivati in vetta grazie alla loro destrezza nell'usare questo tipo di metodologia, che solo per colpa della mentalita' olimpica moderna e' stata ridimensionata, scomparendo completamente in nazioni come l'Italia, ma viva ancora in alcuni atleti di fama mondiale. Basta pensare a quante volte si e' visto Mike Tyson caricare un pugno e mandare al tappeto l'avversario. Rocky Marciano usava spesso questo tipo di tecnica nei suoi incontri, e molti suoi knock out (KO) dati agli avversari, erano dovuti a tali attuazioni.
Inoltre con il nascere delle moderne competizioni totali come il Vale Tudo o le piu' conosciute MMA, i pugni caricati sono tornati, anche se ancora poco studiati e con metodologie diverse, ad essere usati. Alcuni atleti, di queste nuove discipline, individualmente o istintivamente cercano di effettuarli anche se in maniera grezza, a-tecnica e non combinata, proprio perchè tali sport nella loro maturazione in via di formazione, sentono, come in passato, il bisogno di tecniche di
potenza.
Nel mondo antico i pugni caricati erano già presenti nelle prime fasi pre-olimpiche del pugilato, forse perchè tali tecniche erano istintive e naturali quando si cercava lo scontro diretto.
Il pugilato antico cercava di usufruire "ossessivamente" di tali colpi durante tutte le fasi dello scontro. Il problema principale di queste esecuzioni era lo "scoprirsi" in fase di attacco, proprio nel momento del caricamento; per ovviare a questa pericolosità si erano create delle guardie e delle posizioni di difesa complesse che passavano dall'apertura totale a quelle di chiusura strettissima.
Vediamo le tecniche principali dei pugni caricati:
I diretti venivano caricati portando il pugno all'altezza dell'orecchio e il braccio in posizione
orizzontale. Da tale posizione esistevano due modi per tirarli contro il bersaglio: il primo effettuando una traiettoria orizzontale, il secondo era quello di alzare la spalla per tirarli con una pendenza di una decina di gradi verso il basso, così da aumentarne ulteriormente l'impatto di potenza. Questo ultima attuazione non va confusa con una tecnica simile, piu' potente, e piu' usata, il cosidetto mezzo gancio.
Molte volte questo tipo di diretto era tirato in combinazione con pugni diretti non caricati che potevano anche colpire a mano aperta, per distrarre l'avversario, prima del colpo caricato.
I pugni a martello avevano diversi "gradi" di caricamento: da quello che partiva direttamente dalla guardia a quello supercaricato che portava a roteare tutta la spalla . Questa tipologia di pugno,
insidiosissima, veniva tirato molte volte in combinazione con il diretto per confondere le varie traiettorie d'esecuzione, prevedeva un uso sapiente di tecniche di difesa dovute anche in questo caso alle aperture pericolose che venivano effettuate dallo stesso attaccante. In questo tipo di metodo si usava inoltre imparare bene la flessione delle gambe che aiutavano allo scaricamento di tutta la potenza caricata dalla parte superiore del corpo. Nelle Olimpiadi classiche, molti KO erano dovuti a questo tipo di pugno che produceva lo stesso effetto del montante al mento nel pugilato attuale. Infatti il modo di abbattersi portava lo stesso movimento traumatico di oscillazione del capo che causava l'incoscienza totale.
Da dire anche che l'atleta veniva abituato sin dall'inizio della pratica a non abbassare mai la testa in determinati modi, per non esporre la nuca, specialmente nelle fasi del pugilato nel Pankration, ad essere percossa da tali colpi.
I montanti era tirati raramente dalla distanza ed erano preferiti solo nelle fasi del corpo a corpo. Questo colpo aveva due tipi di caricamento: uno partiva con lo stesso metodo di quello del gancio e serviva per i colpi alla parte superiore del corpo, molte volte con traiettorie oblique ; l'altra tipologia di percussione, usata moltissimo dai pancrazisti durante la lotta in piedi, veniva caricata spostando il busto verso il basso, come avviene attualmente in molti incontri di pugilato di pesi massimi americani, e colpendo tutti i bersagli intorno al busto, compresi i reni. Il montante al mento non era conosciuto come lo intendiamo nel pugilato moderno, mentre i mezzi montanti tirati da tutte le direzioni erano usati anche nella lotta a terra del Pankration.
I ganci di potenza erano tirati in situazioni particolari e i caricamenti erano larghi. Questi colpi erano preferiti alla c
orta distanza o nelle fasi di presa del Pancrazio (prese vietate e punite con frustate nel pugilato).
Questo pugno veniva effettuato con la torsione quasi completa del busto e con il braccio piegato e flesso. Tale movimento portava ad un impatto potentissimo. Uno dei metodi piu' apprezzati e spettacolari nel tirare questo tipo di percussioni era invece quello di una sorta di pugno circolare con traiettoria larga. Questo colpo avveniva caricando, con il braccio quasi teso, roteando completamente la spalla e portando talvolta la gamba del braccio attaccante in avanti, per scaricare tutta la potenza accumulata nel caricamento. Tale pugno colpiva con il dorso superiore della mano. Questo colpo era anche tirato per "rompere" la guardia di difesa dell'avversario.
Nel Pankration erano usati anche i pugni nella lotta a media altezza e in quella a terra. Queste percussioni erano studiate ed allenate con attenzione data la difficoltà nel tirarli in tali posizioni. Nel cercare in queste fasi di caricare i pugni la pericolosità nell'effettuarli era dovuto per lo piu' dall'altro arto occupato a trattenere il braccio o il collo dell'avversario.
In questa fase del combattimento stranamente chi era supino non riusciva
a caricare molto per causa dell'equilibrio sempre instabile, mentre quello spallato era per la maggiorparte impossibilitato a caricare gli stessi pugni.
Nell'effettuare comunque tali caricamenti si pressuponeva una "preparazione" delle articolazioni dell'atleta alla supersollecitazione tendinea.
Il condizionamento era la base di tali tecniche e ciò avveniva con il tempo e con l'uso quotidiano di sacchi, pesi e con lo svolgimento di particolari esercizi. Da dire anche, che il problema della velocità di esecuzione, che con queste tecniche diventava subordinato alla larghezza del caricamento, veniva risolto combinando pugni veloci con quelli caricati ma anche disturbando l'avversario con prese rapide.
foto 1: Rocky Marciano carica il gancio che mandera' Ko l'avversario.
foto 2 : Judah carica il diretto su Johnson
foto 3 : Vaso a figure nere. Pugile caridca diretto. Foto da catalogare
foto 4 : Vaso Kilix a figure rosse. Pancrazista effettua il pugno a martello mandando KO l'avversario. All'incirca 510 a.c. Museo dell' Agora, Atene.
foto 5: Due figure romane in terracotta (atleti africani). Montante colpisce al mento. II-I sec. a.c. British musem, Londra.
foto 5: Pugile in bronzo itifallico, romano in caricamento del gancio. I sec a.c. Collezione privata francese.
foto 6: Vaso Kilix a figure rosse. Pittore Onesimos. Ultimo periodo arcaico, all'incirca 490-480 a.c.,. Museum of Fine Arts, Boston.
15 luglio 2009
Lotta: tecniche e metodologie
Plutarco nella sua opera Moralia ci dice: "il piu' tecnico e il piu' astuto degli agoni atletici" infatti la lotta Pale era la disciplina che rappresentava al meglio l'equilibrio tra intelligenza e forza. E' il primo agone da combattimento ufficiale ad essere ammesso alle antiche Olimpiadi nel 708 a.c.
Non esistendo né punti, né tempi e né materassina per aggiudicarsi la vittoria, l'apparato tecnico era diverso dalle lotte attuali. Per vincere bisognava atterrare tre volte l'avversario facendogli toccare con qualsiasi parte del corpo (eccetto le mani e le ginocchia) la sabbia. Fare toccare al suolo le ginocchia dell'avversario o effettuare una proiezione facendo leva sulle ginocchia non costituivano un divieto ma era molto pericoloso perche' facilmente la situazione poteva essere ribaltata a causa dell'instabilita' della posizione.
Per vincere l'atleta cercava non solo di far toccare le spalle o la parte posteriore del corpo
dell'avversario al terreno ma poteva aggiudicarsi la vittoria anche bloccandogli lo stomaco sull'arena. Questa tecnica vincente, che non esiste nel panorama delle lotte moderne olimpiche, e' simile a quelle sviluppate nella forma di lotta contemporanea denominata Submission o Grappling. In antichita' perdere subendo il bloccaggio della parte frontale del corpo sul terreno era giudicato umiliante, ed infatti era nello stesso tempo la vittoria piu' ricercata.
Stazio (Tebaide) ci descrive questa tecnica:
<Tydeus dopo la proiezione di Agylleus prese il suo collo con il suo braccio destro e il piede confico' nel suo inguine. Cosi circondato Agylleus perse le forze e lotto' per uscire da quella vergogna. Il suo petto e lo stomaco erano stirati sul terreno, era appiattito. Dopo un lungo tempo egli si arrese lasciando dietro di se' i segni della vergogna impresso nella sabbia.>
Filone di Alessandria ci dice: "si puo lottare anche premendo con forza il viso", la lotta prevedeva anche molte durezze, strane alla visione moderna, come quella di schiacciare (non raschiare) con le mani il viso dell'avversario per creare dolore e deconcentrarlo. Si poteva anche vincere, facendo delle difficili leve in posizione di lotta orizzontale (Stadaia Pale), cercando di rompere le braccia, il collo o le dita dell'altro atleta in modo da far ritirare l'avversario.
Ma forse la durezza maggiore della lotta antica era quella che la vittoria andava a chi proiettava o bloccava al suolo l'avversario per tre volte. Senza limiti di tempo e di punteggio gli incontri potevano durare parecchio tempo e arrivare alla quota di tre doveva essere veramente stancante. Chi riusciva a mettere in fila tre atterramenti senza riceverne uno era denominato Triakter, vincitore dei tre ma anche eroe della gara; vincere in questo modo era denominato Aptos "senza cadute" ed era ritenuto un atleta che non aveva subito nessuna umiliazione.
Gli atleti iniziavano la gara in posizione di guardia, la famosa Systasis e dopo aver incominciato ad incrociare i
loro arti superiori subentravano le prese del corpo:
Entrambi gli atleti iniziano avvinghiando entrambe le mani ai polsi, e cambiando velocemente le prese agli stessi polsi, e trascinandosi l'un l'altro su tutta la superficie sabbiosa, le dita bloccate nella stretta della mano. Un uomo si aggancia intorno al corpo dell'altro uomo che con una mano si appoggia su un lato del corpo , trascinando e trascinato, entrambi sono legati insieme dalle loro mani. Curvano il loro collo e spingono con la testa premendo con la fronte, inclinandosi, nessuna delle due parti riescono a piegare a terra. Da loro fronti cade il sudore, inizia la fatica, incominciano le proiezioni. (Nonnus, Dionysiaca).
La lotta aveva i fulcri nelle prese al collo, ai polsi e al tronco. Quest'ultima denominata Meson Echein "prendere nel mezzo" era il perno principale per effettuare le numerose tecniche che seguivano. Per proiettare al suolo venivano in aiuto anche gli sgambetti Ankyrzein che nello stesso termine trovano il significato implicito di "uncinare" che ci spiega chiaramente che non erano proprio degli sgambetti ma delle vere e proprie "prese" con i piedi ed effettuarle nella Skamma, la parte della palestra ricoperta di sabbia, e riflettendo un po' si capisce che doveva essere molto complicato "sgambettare" l'avversario per la forte stabilita' che dava la stessa sabbia ad ogni posizione.
Giovanni Latera
foto 1: Bronzetti greci II sec. a.c. Museo del Louvre, Parigi.
foto 2: Coppa a figure nere, arbitro controlla la proiezioni di lotta, 530 a.c. , pittore di Heilderberg.
Museo archeologico Firenze.
6 luglio 2009
Tecniche: l'uso della testa nella lotta antica
L'uso complesso del capo nella Lotta classica (Pale) e nel Pankration non ha una controparte nel panorama sportivo combattivo contemporaneo e le uniche discipline attuali in cui possiamo osservare qualche tecnica somigliante a quelle passate sono la lotta turca (Yağlı güreş) e la lotta indo-iraniana (Kushti), entrambi "nipoti" della lotta antica ellenica.
La testa veniva usata talvolta a scopo di
percussione ma usualmente come: pressione, compressione e per l'uso di schiacciamenti particolari, a volte anche come aiuto alle prese, specialmente a quelle di potenza.
Le tecniche con questa parte del corpo venivano studiate come tutte le altre, senza discriminarle per la loro pericolosita', come invece avviene ai giorni nostri. Il capo, per essere usato nelle spinte e nelle pressioni, richiedeva un allenamento eccezionale dei muscoli e dei tendini del collo; innanzitutto quando veniva usato al massimo dello sforzo in situazioni dove il cranio non era in linea retta con la spina dorsale o quando si usavano questi metodi compressivi nella lotta a terra o piu' difficilmente nella lotta sulle ginocchia dove il capo era usato come una "testa d' ariete".
Uno dei primi insegnamenti a questo genere di tecniche nella palestra, era quella di imparare ad usare la testa nella spinta verso l'avversario partendo da una posizione dove il capo era in posizione retta con la colonna vertebrale (come le fig.1), molte volte leggermente inclinato in avanti, come usualmente avveniva nel pankration, dove il mento veniva, in determinate azioni, quasi appoggiato al proprio sterno per la pericolosita' di contraccolpi o per attuttire testate, pugni o quant'altro. Questi metodi se usati nei primi momenti dello scontro, in posizione di Systasis, portava a guardare negli occhi l'avversario e l' usanza era quella di respirare profondamente come "un leone" in segno di sfida ma anche per caricarsi psicologicamente.
Il trovarsi testa contro testa nella lotta certe volte si protraeva finche' quello piu' sfiaccato cercava di continuare l'incontro usando altre soluzioni, ma questa sfida iniziale poteva dare
gia' dare un vantaggio psicologico ad uno dei due contendenti. Nel pankration questi momenti duravamo solo pochi secondi e ad un minimo scrollo o cedimento si portavano pugni e gomiti.
Molte volte le pressioni con la testa arrivavano ad una tale virulenza che il cranio poteva subire delle fratture anche in chi effettuava queste azioni pericolose; questo e' il caso delle spinte di potenza, dove la zona di compressione di chi agiva non era piu' la fronte ma la parte alta del cranio(come nella fig.2), questa situazione era dovuta al posiziomento basso della presa proprio dovuta alla tecnica di spinta, e con l'uso dell'olio di oliva, il capo certe volte pericolosamente scivolava tagliando l' epidermide nella zona delle arcate sopraccigliari o vicino alle tempie dell'altro atleta, facendo fuoriuscire abbondantemente sangue.
Nel pankration questo contesto portava all'inevitabile lotta a terra, anzi una tecnica difficile, che partiva proprio dalla pressione di testa contro testa da una posizione bassa per avere in seguito il dominio sul terreno, consisteva nello scivolare nel momento opportuno, velocemente, al di sopr
a della nuca, trovandosi l'avversario al di sotto con il ventre per terra e il controllo totale della schiena da parte di chi aveva effettuato questo movimento.
La maggiorparte delle volte, le tecniche di testa prevedevano l'uso di prese e tiramenti delle braccia dell'avversario, proprio per cercare di premere in potenza, quando l'altro agonista si trovava in una fase di squilibrio e impotente a contrastare con il proprio capo la testa altrui.
Questo metodo, cercava nella lotta in piedi, di far tirare le braccia verso il basso, con prese veloci, che non richiedevano l'uso dei muscoli del trapezio, che lavoravano a mantenere stabile il collo, usando cosi' solo i tricipiti per tali trazioni.
Le testate, usate in antichita' solo nel pankration, come tecniche percussive, erano molte piu' che pericolose. Molte volte decidevano l'incontro come i resoconti dell'epoca ci descrivono e non di rado erano queste tecniche che letterati ,cultori dell'estetica sportiva e critici dell'epoca descrivevano come animalesche, rudi e barbariche. Il colpo con il capo era cercato durante scontri ravvicinati o propriamente nelle fasi di lotta corpo a corpo sfruttando momenti di distrazione dell' avversario. Di
solito i bersagli erano il naso o il mento ma soprattutto la parte sotto gli occhi, sugli zigomi, dove questo trauma portava ad una lacrimazione abbondante e ad un grosso gonfiore traumatico immediato che impossibilitava la continuazione dello scontro (come fig.3)
Bisogna aggiungere che di solito sia i colpi di percussione che le pressioni venivano effettuate con la fronte, la parte piu' dura del cranio, contro altre parti della testa particolarmente sensibili, come le tempie e la parte alta del cervelletto; ma in molti casi nelle prese di lotta ravvicinata si usava proprio la parte laterare del capo(quella al di sopra delle tempie) per schiacciare e premere, per ottenere dalla tecnica, non tanto il trauma, ma il controllo di determinate situazioni o nel controllare le stesse prese (come fig.4). Nella lotta a terra si cercava con questo metodo di far sollevare il capo dell'altro contendente che era cosi' impossibilitato a vedere e seguire la tecnica che l'atleta attaccante si preparava ad effettuare mentre nella lotta in piedi si usavano queste abilita' nelle proiezioni o negli sbilanciamenti.
L'uso della testa prevedeva un allenamento al collo quotidiano con esercizi sia di potenziamento ma anche di forza; il padroneggiamento era legato sia al perfezionamento della lotta corpo a corpo ma anche all'abitudine a resistere ai dolori acuti dovuti alla compressioni.
fig.1: da catalogare
fig.2: coppa di bronzo greco-apula,V sec a.c., museo dell'arte di Boston
fig.3: vaso a fig.rosse,lotta,V sec.a.c.,museo del Louvre,Parigi.
fig.4: vaso a fig.nere,V sec.a.c. collezione privata






